LE GRANDI INTERVISTE

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le Interviste con la “I” maiuscola

«Io decido». Segue una breve pausa. Poi Fabio Capello, 61 anni, l’unico allenatore che ha vinto il campionato di calcio italiano con tre squadre diverse, Milan, Roma e Juventus e due volte la Liga col Real Madrid, aggiunge: «Dopo aver ascoltato il parere della squadra. Ai miei giocatori chiedo innanzitutto sincerità.

Non voglio intorno a me yes man e nelle riunioni sono disposto a fare il giro del tavolo due volte pur di avere risposte chiare e franche». Ha fama di duro Capello nel calcio che ha conosciuto da giocatore, dirigente, commentatore e allenatore.

Si riconosce nel ritratto del capo-allenatore duro?
Se essere serio vuol dire essere duro, allora io sono seriamente duro.
Ma in pratica come è stato, e come sarà, il rapporto con le sue squadre?

Un allenatore deve esprimere chiaramente la propria personalità. Non dimentichiamoci che è uno contro 25, per cui quello che fa e dice viene giudicato e discusso da 25 persone. Definiti i ruoli, io mi considero equilibrato e attento, soprattutto quando mi capita di toccare la sfera personale, quella più delicata, in cui tutti hanno una memoria da elefante, per cui sono pronti a tirare fuori cose dette e fatte anche sei mesi prima. E poi credo che in tutti i rapporti serva innanzitutto rispetto.
Da entrambe le parti o da una parte sola?
Io ne ho e ne chiedo anche, ma quello che voglio non è il rispetto della paura, bensì quello della mia persona.
Definiti i ruoli, qual è la priorità del metodo Capello?
La programmazione che deve essere di due tipi. Di lungo termine quando si scelgono i giocatori prima dell’inizio del campionato e si decide che squadra si vuole fare scendere in campo dal punto di vista tattico. E di breve, anzi brevissimo termine perché gli infortuni sono sempre in agguato.

In una squadra di calcio, così come in quella di qualsiasi manager, un giocatore importante, su cui un allenatore o un capo hanno puntato tutto per raggiungere l’obiettivo, può essere messo fuori gioco in qualsiasi momento

Cosa dice il capitolo infortuni del suo metodo?
Mai puntare troppo su una sola persona, preparare sempre una carta di riserva e motivare tutta la squadra a dare il meglio di sè. Sempre con serenità.
Sempre, anche in caso di sconfitta, nel dopo partita negli spogliatoi?
La percentuale dei miei interventi nel dopo partita è stata minima, in genere io lascio passare due giorni. Preferisco non intervenire subito perché c’è troppa tensione e il rischio di sbagliare l’intervento sia nel tono sia nelle parole è troppo alto. Meglio aspettare.

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